Si può parlare di relazioni affettive e delle proprie emozioni. Si può provare rabbia, ma si può imparare a riconoscerla, esprimerla e gestirla senza trasformarla in violenza. Si può amare ed essere ricambiati, oppure ricevere un “no”: un rifiuto che troppo spesso non è stato insegnato ad accogliere e rispettare.
Per educare all’affettività, al rispetto, al consenso e alla libertà dell’altro, è necessario partire dalla famiglia, il primo e fondamentale contesto educativo. Una famiglia che, per troppi anni, è stata trascurata dalle politiche sociali e alla quale si è detto più spesso “devi fare” anziché “insieme si può fare”.
Non basta attribuire responsabilità: occorre offrire ascolto, strumenti, sostegno e accompagnamento, EDUCARE. Pedagogisti e non solo, troppo spesso inascoltati o coinvolti solo marginalmente, possono contribuire concretamente alle scelte di chi ha il compito di amministrare, decidere e attuare le norme. Basta ascoltare. Perché le norme, da sole, non educano: diventano efficaci quando si trasformano in percorsi, servizi e relazioni capaci di sostenere realmente le persone e le famiglie.
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