La mia stanchezza morale. Non è debolezza. È il peso di vedere continuamente conflitto, sopraffazione, urla che sostituiscono il dialogo, potere che schiaccia invece di custodire.
Viviamo in un’epoca in cui l’esposizione continua a guerre, violenze, scontri politici amplifica la percezione di caos. Il cervello non distingue tra ciò che accade lontano e ciò che accade vicino: reagisce comunque con allerta, paura, rabbia. È una risposta umana.
Un pensiero mi assale:
“poco a poco si diventa violenti senza saperlo”
E questo è il rischio più grande: non la guerra lontana, ma la normalizzazione del conflitto come unico linguaggio possibile.
C’è una frase di Hannah Arendt che dice che il male spesso nasce dalla mancanza di pensiero, dall’incapacità di fermarsi a interrogarsi.
Ma possiamo scegliere di non diventare ciò che ci ferisce.
Questa mia inquietudine è segno che sono ancora profondamente umana.